Pietro Ferretti, Volere

Proposizione ottava: “Si sta nel mondo come l’occhio nel suo campo visivo”. Cioè? Ci vuole inventiva, un po’ di inventiva. Almeno un pizzico, sì. Si pensa nelle parole, non per immagini, ecco. No, non ha senso. Non significa nulla. E Marco, di nuovo, non ascolta più: si è perso tra gli scarabocchi bluastri e la lezione procede. Filosofia del linguaggio II potrebbe rivelarsi l’ennesimo corso deludente. Forse anche perché in realtà si pensa col corpo: forse – e si dice, ma sì, forse – nel gesto roteante della destra sul quaderno, nel profilo a spirale che la penna traccia in aria scivolando tra le dita, (forse) risiede una qualche saggezza. Un po’ di inventiva, almeno.

Si china in avanti e schiaccia il petto contro l’estremità del banco. C’è puzza di sudore. Lo sente, gli brucia le narici. È lui che puzza? Ne è convinto. Marco odia sudare, gli provoca un gran disagio; in certi momenti, vorrebbe solo aprirsi uno spioncino lungo l’ascella e trarne delle ghiandole, sgranarle una a una e farle rotolare per terra. La polo blu-navy si impregna, lo sente – proprio lì, dove la pancia gli si rovescia addosso e la peluria si fa più fitta; dove zia Lina adora far schioccare i suoi pizzicotti (“a qualcuno piace mangiare la cioccolata, eh!”) – proprio lì si sente sudare e vorrebbe sparire.

Proposizione dodicesima: “Il desiderio pende dal mondo come un filo di luce dagli occhi”. È tutto inutile, sono chiacchiere. Solo chiacchiere. I riccioli che Marco traccia sulla pagina (sempre più blu, sempre più a fondo) nascondono mille forme: una catena, un volto, onde, orme, una zampa di elefante. Il corpo pensa, si dice, e si può solo guardarlo pensare. Ma che puzza. Dio, che puzza: il corpo suda, si può solo guardarlo sudare. Tutti lo guardano, tutti provano disgusto, tutti schioccano pizzicotti. Il corpo di Marco è loro.

Proposizione dodicipuntouno: “A Marco piace mangiare la cioccolata, si vede”. Marco puzza di sudore ed è grasso, tutti ne hanno sotto gli occhi la prova. Ai lati dell’aula, il sole batte sui vetri e si respira un’aria da serra. Ognuno, a gesti, lamenta l’afa e Marco distingue cento punte di freccia trafiggergli la nuca: lo stanno additando. Qualcuno alle sue spalle ride di un risolino insulso – qualcuno fa schioccare pizzicotti e Marco si tasta la pancia e affonda le unghie fino a provare dolore. Ha il culo che sporge dalla sedia, sotto lo schienale: è chino in avanti e i pantaloni gli scivolano continuamente lungo i fianchi. Mamma però non li chiama fianchi… le maniglie dell’amore, ecco – la cintura gli costringe le maniglie dell’amore in due cunette grassocce, su e giù, intorno al cuoio, e scivola piano piano verso il basso. Qualcuno, dai posti di dietro, vedrà la sua pelle nuda, vedrà il sudore stillare lungo la fessura buia che fa capolino da sotto la sedia. Tutte le linee di fuga puntano là. Qualcuno proverà a far centro tirando una monetina – anzi, ci proveranno tutti e qualcuno riuscirà. La monetina scomparirà nel buio senza alcuna resistenza, con un clak da lavatrice a gettoni. Il culo di Marco prima o poi farà clak da sotto la sedia, sì, e per tutti sarà una gran soddisfazione.

Proposizione quindicesima: “Tutto chiaro? Ci sono domande? Osservazioni?” Marco ha mille domande, ma non riuscirebbe a proferire un sussurro. Controlla gli appunti, le poche parole visibili in quel vorticare d’ombre, di orme, di zampe di elefante: c’è poco (troppo poco per fare domande intelligenti), e del poco che c’è, molto è superfluo: una data preceduta da un trattino (forse una morte, chissà di chi), qualche proposizione, nessun commento; anzi, un paio di commenti scritti accanto a “Proposizione:”. Un disastro. Almeno ha smesso di sudare. Qualcuno ha aperto la porta antincendio in fondo all’aula. C’è stato un clak metallico e poi un sibilo fresco, refrigerante ha bucato l’afa. Marco si tira su i pantaloni, sistema il culo sulla sedia e pinzando la polo all’altezza del primo bottone lascia oscillare la mano e prolunga la sensazione di freschezza lungo la pancia. Sì, così va già meglio.

E il desiderio? È la proposizione dodicesima, ma Marco non ha scritto nulla. Ci vuole un po’ di inventiva, si dice. Ci vorrebbe Mimì: sì, Mimì sicuramente conosce la proposizione dodicesima. Il pensiero lo fa sorridere. Mimì è un’eremita che conosce a memoria gli orari dei treni. Con un solo gesto, quando scosta i riccioli dalla base del collo e li raccoglie in una crocchia – sì, certo: in un solo gesto Mimì saprebbe spiegare il desiderio. Tra gli appunti si nascondono anche i suoi capelli, gli occhi scuri, gli anelli che le si muovono tra le dita; quel neo scurissimo che disegna il confine delle sue labbra. A Marco (e un po’ sbava nel dimostrarsi tanto brillante) piace definirlo “baricentro”: il punto ideale considerato di massa uguale a quella totale del sistema “Mimì”. “E quindi?” E quindi (e non aspettava altro) è dove cade l’accento della i, il chiodo da cui pende tutta la tua persona. Lei allora l’aveva squadrato con tanta dolcezza e aveva riso di gusto.

Ecco, il desiderio pende. Tra gli scarabocchi azzurri e gli anelli di Mimì si nascondeva questa verità. Marco ne è sicuro, più di quanto potrebbe mai essere. Il Professor Raggi potrebbe ripeterlo per un’ora e mezza di seguito, dimostrarlo con argomenti sempre nuovi, ma niente rinnoverebbe questa certezza: il desiderio pende. Intorno a Marco ora ogni cosa è appesa come a un filo di luce: gli occhi del Raggi e il portatile che sta riponendo nella borsa, i suoi colleghi che si accalcano verso l’uscita, gli aloni che macchiano la polo e il clak metallico della porta antincendio infondo all’aula; le maniglie dell’amore, la cintura, zia Lina e la cioccolata; il culo di Marco, le monetine; i corpi, gli sguardi. Tutto è appeso, come a un filo di luce.

E il possesso allora? Proposizione quindicesima: “Tutto chiaro? Ci sono domande?” Sì, professore: e il possesso? Anche tra un pizzicotto e le maniglie dell’amore, tra un ciccione sudato e chi gli sta vicino… ecco: anche in questi casi il desiderio pende come un filo di luce?

La lezione è terminata e a Marco rimane il dubbio sul possesso. Lentamente si alza dal posto, prende il giacchetto dall’attaccapanni e si dirige dietro gli altri verso l’uscita. Intanto si sistema lo zaino sulle spalle in modo da coprire gli aloni sotto le ascelle e si lega il giacchetto attorno alla vita. Fuori è già buio. Alla rastrelliera, il professor Raggi litiga con un lucchetto. Marco gli si accosta e lo saluta, poi salta sulla bici e si allontana. Sente il giacchetto di jeans sfregare contro la ruota di dietro, se lo sfila di dosso e lo ripone nel cestello fissato al manubrio. Perché non ha chiesto al professore del possesso? Proprio ora supera, lasciandoli sulla destra, due innamorati che passeggiano avvinghiati. I lampioni ancora non sono accesi, ma Marco sa che basterebbe voltarsi sul sellino per vedere illuminarsi le linee di forza che guidano la mano di lui sul petto e nelle tasche posteriori di lei. Al solo pensiero prova vergogna e un bisogno di dare di stomaco. Gli cade lo sguardo dentro al cestello: una striscia nera obliqua divide in due il giacchetto.

A casa, ancora, fili di luce pendono dalle parole di mamma, dagli occhi e dalle unghie sporche della zia; dallo specchio che accanto alla doccia lo fissa nudo e peloso e vorrebbe segargli via dal tronco le maniglie dall’amore e la passione per la cioccolata. Non cenerà; al massimo, sul tardi, andrà fuori a prendere un gelato con Mimì. Ancora pensa a come si può desiderare senza volere. Si alza da tavola e rimette il piatto pulito a forma di zampa di elefante nella credenza. Come mai non mangi? Sembri sovrappensiero. Marco lascia che la madre lo abbracci, le dice che vuole tornare a studiare, che vorrebbe finire di fare una cosa. Prende lo zaino e inforca la bici: Mimì non gli ha ancora risposto (lo farà presto, lo sa) ma preferisce comunque aspettare fuori casa.

Hanno alzato i prezzi del gelato, e forse le porzioni sono diminuite pure. Forse no, ti sbagli: forse sono le stesse di sempre ed è per la fame che ti sembrano meno del solito. Hai più fame del solito, questo sì.

Mimì dice che i nuovi gusti sono sorprendentemente buoni: ha preso il solito cono medio (tre euro e venti), ma ha sostituito la ciocco-arancia con yogurt e fichi, e il fiordilatte con sesamo e miele. Voleva tornare in Grecia, ha detto. Quando è arrivato il momento di assaggiare il sesamo e miele, però, ha fatto una gran fatica a rintracciare i sapori: è dovuta risalire a prima della gita in quinta ginnasio, alla Grecia da vetrina di un ristorante della zona che ormai ha chiuso da una decina di anni. Mimì, dopo un minuto buono che teneva la paletta tra i denti (sul cono corrono almeno una dozzina di rivoli di gelato sciolto), esplode finalmente in un brivido di stupore: “Oddio, è proprio la barretta di Kalimera! La sbriciolavano sul semifreddo! Mmh che buono cavolo.” Si accorge solo ora che il gelato si è sciolto e le è colato sulle dita. Sussulta – che pasticcio – e subito cerca di rimediare, si sfila gli anelli e comincia a leccare i bordi del cono, a succhiarsi le dita, a provare a lappare quel poco di yogurt e fichi che è rimasto sul fondo. Tu non la aiuti e ridi perché è imbranata e si sta mangiando i capelli: tiene con una mano sola il gelato dritto (per non farlo colare) e intanto tenta di far rientrare, a suon di vigorose leccate, la crisi.

Sei sopravvissuto alla giornata solo per assistere a questa scena. È un cliché, eppure guardi con tutto l’affetto che hai in corpo. Mimì ride con te. Nel tentativo di giustificarsi continua a borbottare e a lanciare urletti. Ti chiede se puoi tenerle un attimo il cono, si porta le mani ai riccioli blu e li raccoglie sopra la nuca. Sorride e il baricentro del sistema sobbalza. La luce dei neon la pizzica per quanto è bella. Proposizione ottava: “Si sta nel mondo come l’occhio nel campo visivo”. Sì, è proprio vero. Sorridi a tua volta e aspetti di restituirle il gelato per stringerla a te e baciarla sulla punta del naso.

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