Roseana Murray, Il Samovar

Sull’autrice

Roseana Murray è una scrittrice brasiliana nata a Rio de Janeiro nel 1950. Si è laureata in Lingua e Letteratura Francese presso l’Università di Nancy nel 1973. Dal 1980 ha pubblicato quasi 60 opere, tra cui libri di poesia e racconti per bambini, giovani e adulti. Nel corso della sua carriera, ha ricevuto numerosi premi, come il Premio A.P.C.A. nel 1990, il Premio “O Melhor de Poesia” della FNLIJ (Fundação Nacional do Livro Infantil e Juvenil) in quattro occasioni e il Premio dell’Academia Brasileira de Letras nel 2002. Inoltre, fa parte della Lista d’Onore dell’I.B.B.Y. (International Board on Books for Young People) dal 1994.

Roseana Murray, Il Samovar

Traduzione di Monalisa Cristina Teixeira

Non è vero che gli oggetti siano privi di vita. Infondiamo nelle cose inanimate molti dei nostri sentimenti, e così ci aiutano a vivere. Ho conosciuto la signora Natasha dieci minuti dopo che il camion dei traslochi si era fermato davanti al piccolo edificio dove vivevo, da sola in quel periodo.

Avevo un negozietto dell’usato in una piccola città di Minas Gerais, dove vivevo. Era una combinazione che mi piaceva molto, soprattutto quando uscivo con la mia coraggiosa macchinina alla ricerca di tesori lungo strade secondarie: ferri da stiro a carbone, orologi, sgabelli, santi, pestelli. Il negozio vendeva anche abiti e libri usati, un rigattiere affascinante dove mi sentivo una regina.

L’appartamento in cui vivevo era l’eredità della mia zia preferita e madrina, che me lo aveva lasciato insieme al negozio. Accettai quel segno del destino, lasciai la grande città e le storie d’amore fallite, e mi trasferii in provincia. Ristrutturai il negozietto e ora progettavo di aprire anche un caffè al suo interno.

Un giorno, proprio mentre mi preparavo ad aprire il negozio, dal secondo piano sentii il camion entrare nella mia strada e dalla mia finestra lo vidi fermarsi davanti al palazzo e iniziare a scaricare il trasloco.

L’autista aiutò una signora a scendere dal camion. Era arrivata insieme al trasloco. Piccola, magra e leggera, sembrava uscita da un racconto di fiabe. Aveva i capelli bianchi raccolti in bandeaux, una lunga gonna plissettata e una camicetta di un tessuto color crema molto diafano.

Scesi i due piani e, prima di attraversare i pochi isolati che mi separavano dal lavoro, mi fermai, incuriosita, per parlarle.

Aveva affittato l’appartamento al piano terra, che aveva una sorta di orticello dove avrebbe potuto coltivare qualche pianta.

La signora si presentò. Mi presentai anch’io.

L’autista iniziò a scaricare i mobili dal camion e passò alla signora Natasha un pacchetto che era accanto a lui nel camion.

In quel momento decisi che non avrei aperto il negozio, ma l’avrei aiutata a sistemare le sue cose. Non riuscivo a trattenere la curiosità di sapere cosa contenesse il pacchetto.

Quando mi offrii di aiutarla, i suoi occhi si illuminarono. Ringraziò muovendo con un gesto grazioso e sorrise.

Mi chiese di tenere il pacchetto e, con le chiavi che già aveva in mano, entrammo in casa e lo posai sul lavandino della cucina.

Rimase lì, chiuso. Non ci conoscevamo ancora. Non potevo chiederle di aprirlo subito.

Non avevamo abbastanza confidenza.

Passammo un’interminabile giornata: sistema questo, sistema quello e anche quell’altro.

Salì nel mio appartamento, preparai dei panini e del caffè, e scesi per mangiare qualcosa insieme a lei.

Quando Natasha fu soddisfatta (ormai posso chiamarla così), mi disse: “Apriamo il pacchetto”. Quasi mi venne una tachicardia. Non so cosa mi aspettassi di trovare, ma quando lo vidi, me ne innamorai. Era un samovar.

Lo immaginai subito nel mio negozio, pensando a quanto avrei potuto offrirle per comprarlo.

Natasha sembrò leggermi nel pensiero, perché immediatamente mi disse che non lo avrebbe venduto per nessuna cifra. Era la sua nave, il suo scrigno di ricordi e di storie.

Quando era triste, quando la nostalgia e la solitudine le scavavano dentro e le inumidivano gli occhi, preparava il samovar per un tè e lui la confortava, riportandole i ricordi.

Giorno dopo giorno, venni a conoscere la sua storia.

All’improvviso, eravamo indispensabili l’una per l’altra.

Lei mi aiutava persino in negozio.

Eravamo intime. Era, allo stesso tempo, un pezzo della mia zia madrina, un altro pezzo della nonna materna che visse nella casa della mia infanzia fino alla morte, era un’amica e persino una figlia, perché con la vecchia Natasha avevo cure materne, io, che non ero ancora madre. Natasha era figlia di ebrei russi emigrati in Brasile.

Il samovar era venuto con loro.

Sembra che ci portarono dentro la piccola città da cui erano partiti. Portava con sé gli odori che erano rimasti indietro. Le voci dei parenti che sono rimasti indietro.

Quando si sposò, le hanno dato il samovar come regalo di nozze.

Lo trattava con cura, sapendo che, acceso, il samovar custodiva le vecchie storie, arricchite delle sue. Invecchiò, il tempo passò, anche suo marito era già morto e il samovar conservava la sua voce.

Il suo unico figlio era un diplomatico, viaggiava per il mondo, le mandava soldi e regali. Non le mancava nulla.

Ora che mi aveva conosciuta, tornava a sorridere.

Sistemammo i libri a poco a poco.

A volte mi chiedeva di leggere ad alta voce poesie di Majakovskij.

Andavamo insieme a cercare oggetti antichi per il negozio.

Una sera mi disse:

— Quando morirò, il samovar sarà tuo.

— E le tue storie? — Risposi. — Non saprò ascoltarle.

— Ascolterai quelle che mi hai raccontato. Le storie della tua vita, degli amori che vivrai. Sarà tutto custodito lì dentro. E, quando sarai vecchia come me, potrai ricordare. E chissà, nelle notti di grande silenzio, potrai sentire anche le mie.

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