Introduzione, premessa storica e cause dell’imprecisione
In questa sede è sostenuta l’idea che esistano due tipi di sistemi grafici: quelli non scrittori (altrove solo: grafici) e quelli scrittori: i primi sono indipendenti dal sistema di segni della lingua, in quanto in essi: «Precipita un intero universo concettuale, e non la sua codificazione in termini linguistici» (Cardona 1981: 43).
Il presente lavoro, che condivide la distinzione di Cardona, ha come argomento d’interesse lo studio dei sistemi scrittori, la cui caratteristica saliente sta nella funzione di codifica della lingua.
I sistemi scrittori adottati dai vari popoli nel corso della storia, divergono notevolmente. Malgrado ciò, è legittimo pensare che alla base del funzionamento di ciascuno di essi, stia l’utilizzo di una qualche unità minima, che assolve il compito di rappresentare almeno un fenomeno linguistico.
Questo elemento basilare – unità minima – nella dimensione teoretica della disciplina grafolinguisitca ha preso il nome di grafema1 e non è insolito imbattersi in una sua semplicistica parificazione con l’unità basilare della lingua orale, ovvero il fonema. Già nettamente, ormai quarant’anni fa, Khort denunciava questo stato di cose: «The term grapheme has always been dependent upon the notion of the phoneme: every conception of the grapheme had some previous interpretion of the term phoneme which served as a model» (1985: 80). La prima occorrenza del termine è precedente di quasi un secolo: risale al 1901, ad opera del linguista polacco Baudouin De Courtenay; si trattava soltanto di una proposta, che pur già preludeva al modello consolidatosi nei seguenti decenni. È stato frequente, infatti, nel pieno vigore del fenomeno strutturalista, cadere nella suddetta parificazione. Fonema e grafema, tuttavia, equivalgono solamente a livello nominale, non funzionale.
Questa confusione però, non si può ascrivere alla deliberata scelta di pochi: è dovuta piuttosto all’incolpevole trasmigrazione di un solido apparato terminologico, da parte di tutti: un’indulgenza in forza d’auctoritas, passata spesso in sordina. La conseguenza è stata il consolidamento di una caratterizzazione in parte fuorviante del nostro oggetto d’indagine: il grafema.
Un’altra ragione che ha favorito questo presunto isomorfismo fonema/grafema è da individuarsi nella natura eurocentrica, donde: fonocentrica, degli studi grafolinguistici, e dei sistemi scrittori propri degli studiosi coinvolti nel processo di formazione della disciplina2.
Poiché tutte le lingue si manifestano nell’oralità, la nozione di fonema funziona perfettamente, essendo onnicomprensiva; ma non tutte le lingue vengono messe per iscritto mediante sistemi scrittori che rappresentano il suono, almeno, non esclusivamente il suono.
Esempio proverbiale ne è il cinese, che ibrida logogrammi, cioè segni che indicano un valore di lingua che prescinde dall’oralità, a fonogrammi. Ma non serve andare lontano, di fatto qualsiasi sistema scrittorio volto alla codifica di una lingua è caratterizzato, in misura variabile, dal concorso di valori di lingua derivanti dalle differenti componenti di tale lingua3: la punteggiatura, ad esempio, veicola tratti soprasegmentali (si pensi ad un punto esclamativo che modifica l’intera intonazione di una frase, rendendola esclamativa).
Dunque, si comprende che la codifica della componente fonologica è quella maggioritaria, ma non esclusiva, anche per i sistemi scrittori europei. La natura dell’errore sta nell’aver teorizzato un’unità minima dello scritto che tiene conto soltanto della codifica fonologica.
Alla più recente letteratura è evidente questa fallacia4, eppur diffusamente permane un impreciso utilizzo del termine grafema: ciò è causa del conceptual chaos denunciato da Meletis (2019a)
Dunque, l’articolo, che si pone in piena continuità con la tradizione che analizza, svolge una rassegna degli elementi che sono oggetto di studio della disciplina in questione; di seguito propone una struttura teoretica che muovendo da quella esistente, la semplifica.
Rassegna terminologica
Glifi e forme di base
Con la nozione forma di base, si intende un elemento dotato di caratteristiche formali sue proprie e in forza di ciò distinguibile da altri, insieme coi quali costituisce un sistema finito di elementi arbitrariamente selezionati. La formulazione di queste forme è l’atto preliminare della nascita di ogni sistema scrittorio, e in riferimento ai linguaggi umani le più remote tra le suddette formulazioni si situano sul confine tra storia e preistoria, e di fatto lo definiscono.
Queste forme di base potrebbero essere considerate come l’astratta idea che soggiace alla matericità del glifo, nel senso che sono la prima prototipica ideazione di quest’ultimo; esse sono per un sistema scrittorio, a livello teorico e descrittivo, le unità basilari.
Ogni ricorsiva istanziazione di una delle forme di base, che è fisicamente divergente da ogni altra istanziazione della medesima forma, prende il nome di glifo, che oppositamente alla forma di base, sua precorritrice logica, è materico e visuale, concreto. Il più complesso aspetto della scrittura sta nel descrivere come questa sia in grado di codificare i valori di lingua, ovvero comprendere come i glifi significhino la lingua.
L’autorità normativa e l’istituzione dei rapporti tra segno e valore di lingua
Prima di esporre tecnicamente la questione è fondamentale tenere in considerazione come la nascita, sopravvivenza e regolamentazione della scrittura presuppongano l’attività di un’autorità normativa, spesso statale o parastatale, così che la variabilità di ogni linguaggio umano che con la scrittura si vuole rappresentare, venga imbrigliata da regole stringenti, proprie di un sistema semiotico che esiste al solo scopo di rappresentarne un altro, che è più vasto e in quotidiana evoluzione.
Per comprendere come si costituisca un sistema scrittorio, bisogna pensare in questo modo: alcune forme di base vengono ideate ex novo (eventualità più rara5 e remota) o, più spesso, vengono ricavate attingendo da una tradizione scrittoria che per differenti ragioni (prestigio, dominio, culto…), è designata come bacino di selezione.
Fissato il gruppo finito delle forme di base, l’autorità normativa seleziona un numero sufficiente di valori della lingua da rappresentare graficamente, tale che un soggetto o dispositivo interpretante informato dei rapporti tra valore linguistico e segno grafico, (anche questi istituiti dall’autorità normativa, si veda subito sotto), possa decodificare il materiale visuale e derivare da questo il valore di lingua che vi è associato.
Al fine di chiarire cosa si intenda con istituzione di rapporti, è fondamentale introdurre in sede la puntuale modalità con cui Weingarten descrive, a livello cartesiano, un sistema scrittorio nella sua interezza: «Un sistema scrittorio è una coppia ordinata costituita da un singolo linguaggio e un singolo script: (LanguageL, ScriptS)» (Weingarten 2011: 17).
Il passaggio di istituzione dei rapporti può essere descritto nello specifico sviluppando la coppia cartesiana di Weingarten in modo nucleare, ovvero guardando al singolo caso in cui un glifo (istanziazione di una forma di base) o un gruppo glifico (istanziazione di due o più forme di base, aventi però valore visuale complementare) viene messo in relazione, associato, ad almeno un valore di lingua, ovvero a una componente semantica, fonologica, morfologica o soprasegmentale.
Così si avrebbe: (almenounvaloredellalinguaL, almenounglifodelloscriptS).
Lo spazio grafematico
Quando il rapporto tra il piano visuale glifico e quello concettuale del valore linguistico è stato istituito, così che sia noto, ad esempio, che il glifo ‹b› sia in rapporto con il valore di lingua /b/, ovvero che il segno ‹b› stia per il fonema /b/, si crea un modulo virtuale, che possiamo chiamare grafematico, contenitore di tutti i rapporti tra segno e valore linguistico che l’autorità normativa ritiene necessari per codificare messaggi sensati; questo spazio grafematico è astratto, può essere descritto dal soggetto interpretante (o, prima di lui, può essere creato dall’autorità normativa) solo enunciando tutti i rapporti tra glifi e valori linguistici che lo costituiscono, esso è il luogo di raccordo tra la visualità della scrittura e il senso della lingua; un lettore/scrivente competente conosce un numero di rapporti tra glifi e valori della lingua sufficienti a codificarla e decodificarla.
Riassumendo: materiale grafico (1,M.G) ovvero l’infinito riproporsi materico – i glifi – delle forme di base; almeno un’autorità normativa (2,A.N) che selezioni le forme di base da adottare e informi i soggetti o dispositivi interpretanti (3,S.I), di quale siano i rapporti (da A.N stessa istituiti) tra i segni grafici e i valori linguistici, che si collocano in quello spazio astratto che diciamo grafematico (4,S.G). Per cui, il soggetto interpretante è informato dall’autorità normativa riguardo lo spazio grafematico, così da poter operare la lettura grafematica del glifo, ovvero l’accesso al livello informativo profondo che soggiace alla mera varietà visuale del sistema scrittorio.
Il fenomeno dell’alloglifia: un calmieratore dei rapporti grafematici
Il fenomeno dell’alloglifia è di capitale importanza perché, si consideri che il numero di rapporti grafematici (cioè, le relazioni tra i valori di lingua e il materiale glifico descritte nello spazio grafematico) in accordo col sistema che si sta delineando, sarebbe dato dal numero dei glifi per ogni interpretazione possibile di ciascuno di essi (da soli o in combinazione) come valore linguistico distinto. Il che potrebbe portare ad un’ipertrofica proliferazione dei rapporti grafematici.
Per ridurre il numero di singoli rapporti grafematici individuabili bisogna considerare il materiale grafico in riferimento ai fenomeni linguistici che rappresenta, introducendo il concetto di alloglifia, per cui, ad esempio, le forme di base <σ> e <ς> nel sistema scrittorio del greco, poiché indicano entrambe /s/, non sono due coppie grafematiche distinte, ma varianti alloglife dello stesso valore di lingua: occuperebbero un posto sull’ascissa e due posti sull’ordinata nel piano cartesiano di Weingarten.
Distinzione tra grafetica e grafematica mediante il confronto tra poliglifia e alloglifia
La possibilità che un glifo venga associato ad un valore di lingua in una certa sede contestuale, e in un’altra sede il medesimo glifo non sia in relazione con quel valore di lingua, ma contribuisca a fare segno per un altro valore, è una questione che pertiene alla grafetica, ovvero è una delle regole gerarchico-contestuali secondo le quali il materiale glifico di un certo sistema, si combina e crea unità o gruppi glifici significativi, che sono tali in quanto passibili di lettura grafematica
Affermare che nel sistema scrittorio italiano i glifi ‹g› + ‹a› facciano segno per /ga/, e ‹g› + ‹e› facciano segno per /d͡ʒe/ è la formula enunciativa del rapporto grafematico, ovvero la modalità in cui al primo livello di alfabetizzazione viene insegnato a leggere e scrivere.
Per ottenere un’analisi grafetica, cioè descrittiva e funzionale, dei glifi che partecipano a definire lo spazio grafematico di un sistema scrittorio, occorre:
- Essere informati dall’autorità normativa che, ad esempio, nel sistema scrittorio italiano, la forma di base ‹g› seguita dalle forme ‹e/i› valga il fonema /d͡ʒ/;
- Essere informati dall’autorità normativa che la medesima forma di base ‹g› seguita da altre forme di base del sistema, stia per un altro valore di lingua: il fonema /g/;
- Elaborare, confrontandoli, i dati dei punti 1 e 2, così da poter concludere che: il glifo ‹g›, in una parte delle proprie occorrenze contestuali, veicola autonomamente un valore di lingua, mentre in altra parte delle sue occorrenze contestuali, (in particolare se seguito dalle forme di base ‹e/i› ) deve pur essere considerato come un ‘referente grafico’/visuale’ unico, che però si costituisce di due o più forme di base per rimandare ad un valore di lingua, in quest’ultimo caso, quando viene istanziato è definito poliglifo.
Il fatto che un valore di lingua presenti due o più alloglifi non autorizza necessariamente a considerarlo come poliglifico, in quanto ciascun alloglifo può essere o meno composto da due o più glifi; per poter affermare che un valore di lingua abbia una rappresentazione poliglifica occorre che due o più forme di base concorrano ad istanziarlo, ossia che due o più forme di base abbiano valore visuale complementare. Ad esempio, il fonema italiano /k/ ha due realizzazioni alloglife in distribuzione complementare, ‹c› e ‹ch›, di cui la prima è monoglifica e la seconda poliglifica.
Risultati del lavoro
All’origine, lo scopo del lavoro era la sistematizzazione di un non univoco panorama terminologico, si trattava di un’operazione puramente compilativa, che avrebbe generato una pratica legenda di base per lo studioso novizio.
Però, avendo cursoriamente passato in rassegna gli elementi costitutivi dei sistemi scrittori, ed evidenziato il rapporto tra lingua e materiale grafico, è emerso il rischio di definire il grafema come la mera controparte grafica del fonema. Inoltre, uno sguardo prettamente fonocentrico – ed eurocentrico – esclude da una discussione fruttuosa lingue come il cinese o il sumerico6, negando sul nascere la possibilità di definire la teoria universale di cui parla Meletis (2019a).
Da ciò deriva la necessità di postulare lo spazio grafematico: una soluzione più neutrale, capace di comprendere comodamente ogni tipologia di sistema scrittorio, e di limitare un utilizzo fuorviante del termine grafema, che piuttosto che aprire la strada a chi volesse approcciarsi a questa branca di studi in espansione, offusca la visione della teoretica basilare della grafolinguistica.
Bibliografia
Cardona Giorgio Raimondo (1981), Antropologia della scrittura, Torino, Loescher.
Fedorova Ksenia (2013), Writing Systems: A Semiotic Approach, Berlin–Boston, De Gruyter Mouton.
Ferrara Silvia (2019), laLa grande invenzione: nove scritture misteriose, Milano, Feltrinelli editore.
Khort Hans (1985), The term Grapheme in the history and teory of linguistic, «New trends in Graphemics and ortography», p. 80-98.
Meletis Dimitrios (2019a), The Grapheme as a Universal Basic Unit of Writing, «Writing Systems Research», 11(1), p. 26-49.
Meletis Dimitrios (2019b), The Nature of Writing: A Theory of Grapholinguistics, Graz, University of Graz.
Neef Martin (2015), Writing systems as modular objects: Proposals for theory design in grapholinguistics. «Open Linguistics», 1(1), p. 708–721.
Weingarten Rüdiger (2011), Script and Language as Two Interacting Systems, «Writing Systems Research», 3(1), p. 31-52.
Note
- Lo studio della suddetta dimensione teoretica della grafolinguistica è pertinenza della disciplina grafematica, che deve il proprio nome al grafema.
- Ciò vale anche ampiamente fuor d’Europa, ovunque si parlino le lingue degli antichi dominatori; lingue indo-europee, scritte con sistemi di natura alfabetica; quindi, principalmente asservite alla resa del suono.
- A suffragio dell’esempio, a dimostrazione della natura composita (o almeno non a modulo esclusivo) dei sistemi scrittori, pensiamo alle h delle terze persone del verbo avere e della prima singolare, segni privi di valore fonetico, trattandosi di indicatori semantici necessari per distinguere, ma solo nello scritto, forme altrimenti omografe. (In particolare: la forma verbale «ho» dalla particella disgiuntiva o, ha dalla particella a e l’anno, misura di tempo, dalla forma verbale loro hanno).
- Mi riferisco, oltre che a Meletis (2019a), a Fedorova (2013), in particolare a Martin Neef, e la sua «teoria a moduli» dei sistemi grafici, in cui pur parlando di grafema come unità si allude alla natura interdipendente di visualità e «senso»,, il che favorisce fortemente l’utilizzo della nozione di spazio grafematico che verrà presentata di seguito, «Graphematics is a necessary module for a writing system to function. It is conceived of as a rule system, with rules dealing with the possible relations of units of scripts and units of language(s)» (Neef 2015: 708-721).
- Per una visione sinottica della questione, Cardona (1983) e, più recente, Ferrara (2019).
- Non si tratta di esempi casuali: da un lato la lingua con il maggior numero di scrittori madrelingua della storia, e dall’altro la prima ad essere stata messa per iscritto.
