È il 28 gennaio 1939, María Zambrano e la sua famiglia attraversano la frontiera verso la Francia. A questo passaggio non seguirà solo un cambiamento della vita fisica nello spazio, ma anche e soprattutto una transizione interiore, da cui fioriranno riflessioni che contribuiranno a potenziare il sistema di pensiero di una delle più grandi filosofe dell’età contemporanea. È la speranza il concetto cardine della filosofia di María Zambrano, nonché la condizione psicologica che le permette di tollerare e poi accettare gli anni trascorsi lontana dalla Spagna. Di qui la sua celebre affermazione «amo il mio esilio»:
Credo che l’esilio sia una dimensione essenziale della vita umana, ma al dirlo mi mordo le labbra, poiché non vorrei che ci fossero di nuovo esiliati, ma che tutti fossero esseri umani e, al contempo, cosmici, e che l’esilio fosse sconosciuto. È una contraddizione, che cosa posso farci: Amo il mio esilio. Sarà perché non l’ho cercato, perché non sono stata io ad inseguirlo. No, l’ho accettato piuttosto; e quando si accetta qualcosa di cuore, perché sì, costa molta fatica rinunciarvi. Io ho rinunciato al mio esilio e sono felice, e sono contenta, ma questo non me lo fa dimenticare, sarebbe come negare una parte della nostra storia e della mia storia. I quarant’anni di esilio non me li può restituire nessuno, e ciò rende più bella l’assenza di rancore.
(Zambrano 2024: 106)
María Zambrano accetta il suo esilio, ma, perfettamente cosciente del patimento che esso comporta, non lo augura ad alcun giovane. La codifica del proprio esilio come patria da abitare, le rende cara l’esperienza dello “strappo”: «Per me […] l’esilio che mi è toccato vivere è essenziale. Io non concepisco la mia vita senza l’esilio; esso è stato come la mia patria o come una dimensione di una patria sconosciuta, ma che, una volta conosciuta, diventa irrinunciabile» (2024: 106).
Pur diventando patria, l’esilio non annulla la mancanza che Zambrano prova della Spagna, anzi, il senso del suo esilio sta proprio nella possibilità di «essere spagnola in modo più totale» (2024: 103), come scrive nell’articolo Esilio, alba ininterrotta, che costituisce una delle sezioni de L’esilio come patria, raccolta di scritti editi e inediti zambraniani curata da Armando Savignano:
Io direi pure che sono stata esiliata per essere spagnola in un modo più totale. […] L’esilio fu uno splendore, un regalo, ma il suo prezzo è stato lasciarmi senza vedere; l’ansia, la passione, l’angoscia, le notti di pianto silenzioso e nascosto, perché ero rimasta senza vedere la Spagna, ero rimasta senza di lei e io, poiché ogni amore tende ad assolutizzarsi, sentivo di non aver portato con me tutto, non soltanto il Museo del Prado, no, non i monumenti, ma persino la formica, che rividi dopo, ad esempio, in Grecia, nel tempio di Atena, nel quale fui affascinata, più che dal tempio, dalla formica che vi camminava.
(Zambrano 2024: 103)
Il trauma dell’esilio produce, in prima istanza, una sensazione di spaesamento che, però, può essere scandagliata per poter cogliere una profonda rivelazione: la capacità di comprenderla pare rinviare a una tradizione sapienziale tipicamente femminile (Zardini 2025). Zambrano, infatti, è stata una pensatrice profondamente cosciente della sua dimensione femminile. Non a caso, l’intera destrutturazione del razionalismo occidentale da lei operata prende origine dalla consapevolezza della differenza tra un pensiero maschile inquadrato all’interno di una razionalità astratta e un pensiero femminileintimamente legato alsentire (Moretti 2025). Allieva di José Ortega y Gasset, María Zambrano riesce a tracciare un percorso autonomo rispetto a quello del maestro, al fine di elaborare una filosofia che non sia mera ripetizione o imitazione, bensì interpretazione a partire dalla propria esperienza (Vantini 2012).
Lasciata forzatamente la Spagna all’età di trentacinque anni, María Zambrano vi fa ritorno solo ottantenne, nel novembre del 1984. Nel corso di una delle interviste rilasciate al suo arrivo, le viene chiesto come si sente ad esser ritornata in Spagna, la sua risposta è chiara e diretta: «Non sono mai andata via». L’esilio che ha dovuto affrontare, però, risulta duplice perché non si realizza solo nello spazio ma anche nel tempo: non c’era solo l’immensità dell’oceano a separarla dalla patria ma anche un ambiente, quale quello dei paesi iberoamericani in cui approda, che sembra ancora fermo al tempo dell’ormai disfatto Impero spagnolo.
Gli scritti contenuti nell’opera sopra citata sono articolati spesso tramite un linguaggio immaginifico funzionale a veicolare particolari concetti e quella del deserto è una delle metafore più utilizzate da Zambrano per definire l’esperienza dell’esilio. L’immagine restituisce un’idea di deprivazione e abbandono. L’esiliato non ha coordinate di riferimento e, per non smarrirsi, deve interiorizzare il deserto stesso, solo così l’esilio può trasformarsi da esperienza subita a possibilità di rinascita: «per non perdersi, alienarsi, nel deserto bisogna rinchiudere dentro di sé il deserto, bisogna penetrare, interiorizzare il deserto nell’anima, nella mente, persino nei sensi, aguzzando l’udito a detrimento della vista per evitare i miraggi ed ascoltare le voci» (Zambrano 2024: 90).
L’abbandono forzato della patria riconduce alla vicenda di Adamo ed Eva allontanati dal Paradiso terrestre in seguito al peccato originale. L’essere umano conduce, dunque, nell’ottica cristiana, da sempre una vita in esilio: la sua esistenza ruota attorno al perenne desiderio di ritornare in quella patria dalla quale è stato cacciato per volere divino.
Prima dell’inizio della storia umana, là nel Paradiso, accadde ciò che doveva convertire ogni uomo in esiliato: la cacciata per la trasgressione commessa dai primi Progenitori. Adamo, l’uomo intero e vero, ed Eva, tratta dal suo costato. Eva, fonte di vita, Eva, la Madre che nel dare origine al peccato originale, origina ugualmente l’uscita dal Paradiso terrestre dove vi era solo Vita e non storia, ovvero da una vita senza storia a una vita con morte e dolore, come è ben noto, ma anche con storia, il che non è ben noto o non tenuto in considerazione.
(Zambrano 2024: 100)
Come è stato già accennato, l’esilio si configura anche in senso positivo come esperienza che illumina rispetto a tre diverse rivelazioni. La prima riguarda l’annichilimento dell’io, che perde le circostanze che definiscono la sua esistenza. In secondo luogo, l’esilio ha la capacità di svelare il ruolo rappresentativo che l’essere umano ha rispetto al proprio popolo: «Ci pare perciò, a volte, d’esser stati gettati fuori dalla Spagna per essere la sua coscienza; perché, sparsi per il mondo, rispondiamo di essa, per essa. E perché, fuori dalla sua realtà, siamo semplicemente spagnoli. Spagnoli senza Spagna. Anime del Purgatorio» (Zambrano 2024: 62).
Questa seconda rivelazione conduce a riflettere sulla peculiarità della figura dell’esiliato spagnolo che non si erge a emblema di un unico e circoscritto momento storico (la Guerra civile degli anni Trenta), ma che assume su di sé tutte le vicende di esilio legate all’intera storia della Spagna:
A questo, egli è stato obbligato: a passare e ripassare la storia della sua patria, giacché gli hanno domandato conto di essa per tutte le strade del mondo. Ciò avviene perché è spagnolo. Perché dagli esiliati d’altri paesi non si pretende che rendano conto di tutto quello che in essi accade; non si vedono trattati come esiliati centenari. Lo spagnolo, invece, s’è visto trattato dal primo momento come se fosse un esiliato della Spagna dei re cattolici, di Carlo V, di Filippo II, o come se li rappresentasse. E ha dovuto rendere conto di tutto; s’è visto investito della categoria di rappresentante della storia della sua patria.
(Zambrano 2024: 62)
Infine, la terza rivelazione getta luce sull’essenza più profonda dell’essere umano, privato di tutto ciò che gli è familiare, rendendo manifesti i cinque esistenziali1 della sua condizione che ne definiscono una sorta di anatomia spirituale: il carattere irreversibile dell’esilio, l’abbandono, la solitudine, l’essere sconosciuto (per gli altri e per se stesso) e l’essere divorato (dalla storia e dal tempo) che l’uomo è. L’esiliato entra in contatto con una immensità extra-soggettiva e davanti gli si dispiega solo l’orizzonte. Orizzonte che non è visibile a coloro che hanno scelto di rimanere in patria, accettando la realtà storica e scendendo a compromessi per sopravvivere al regime dittatoriale.
Questa è la croce, o la forma che prende la croce dell’esilio: uscire da dove [si] era, uscire dalla vita determinata dove si è qualcuno da qualche parte. Uscire del tutto in quell’istante e a quell’istante seguirà sempre l’esiliato, come se fosse nessuno (nadie), esattamente neppure uno (ninguno). Nessuno, neppure uno (nadie, ninguno), poiché basta che la situazione, ove siamo qualcuno, svanisca, e noi rimaniamo soli dinanzi alla vita tutta, con la vita, affinché sentiamo di essere nessuno, neppure uno, come se il soggetto perdesse la sua determinazione immediata, tranne l’assoluto che gli si offre. Come colui che nasce.
(Zambrano 2024: 78)
L’esilio come patria presenta in apertura una Lettera sull’esilio in cui la filosofa cerca di definirne la natura, passando in rassegna anche le varie etichette che sono state attribuite nel corso del tempo all’esiliato: o elogiato come un eroe o disprezzato in quanto essere incomprensibile. Ma la verità, spiega Zambrano, è che l’esiliato si sente semplicemente offerto: «Dunque la prima risposta alla domanda formulata o tacita di perché si sia esiliati è semplicemente questa: perché mi lasciarono alla vita, o con maggior precisione: perché mi lasciarono nella vita» (2024: 56). La funzione migliore che l’esiliato può assumere per generare beneficio dalla sua esperienza sta nel farsi memoria:
Siamo memoria. Memoria che riscatta. Essere memoria è essere passato; ma in modo molto differente dall’essere un passato che svanisca semplicemente, condannato a svanire semplicemente. È il contrario di questo. Infatti ci vedono così perché identificano la nostra immagine con quella di un passato inassimilabile. Mentre, se siamo passato, in verità è perché siamo memoria. Memoria di quanto è stato in Spagna. Ma la memoria suscita paura. Si teme della memoria, ch’essa si presenti perché si riproduca il passato, cioè qualcosa del passato che non deve tornare ad accadere. E, perché non accada, si pensa che sia necessario dimenticarlo. Bisogna condannare il passato perché non torni ad accadere. La verità è proprio il contrario. Il passato condannato – condannato a non accadere, a svanire come se non fosse esistito – si converte in fantasma. E i fantasmi, si sa, tornano. Non torna solo il passato riscattato, illuminato dalla coscienza; il passato dal quale è uscita una parola di verità. La storia che finisce in verità è quella che non ritorna, quella che non può ritornare.
(Zambrano 2024: 62-63)
Nella Lettera sull’esilio Zambrano spiega anche il motivo per cui la Spagna da tempo vive intrappolata nella dinamica della guerra civile, come se questa fosse una soglia che il Paese non riesce a superare. Per questo motivo il ruolo dell’esiliato assume importanza, perché solo la memoria può aiutare a varcare la soglia. Ad assicurare il successo di questa missione si aggiunge il compito che assume la scrittura: scrivere permette di allargare il campo dell’esperienza personale e di aprirsi agli altri. Proprio verso gli altri, infatti, è orientato lo sguardo di María Zambrano che spera nella nascita di una patria comune:
Quello che vorrei è che tutti gli uomini fossero al centro di una patria comune. La sconfitta, che diede origine all’esilio mio e di milioni di persone, anche per molti anni, fu, come ho già detto, la diaspora: di nessuno si sapeva dove fosse. A volte, tra la nebbia ci si incontrava, a volte apparivano con una forma distinta. Erano i nuovi amici, erano i giovani non nati, erano quelli che ancora dovevano nascere, perché questo è ciò che succede con ogni alba interrotta. Da qui il mio fervido voto, offerta, è che non si ripeta, che non si ripeta più la guerra civile in alcuna parte del mondo, che gli uomini trovino una patria comune la quale, senza cessare di essere patria e, singolarmente propria, sia al contempo di tutti gli uomini.
(Zambrano 2024: 104)
Il desiderio di una patria condivisa è sintomatico della necessità che la filosofa prova di trovare un proprio spazio nel mondo non potendo più vivere nel luogo che le ha dato la vita. Così, infatti, afferma in una lettera indirizzata a sua madre e a sua sorella, scritta del gennaio del 1946, mentre si trova a L’Avana (una delle tante tappe del suo esilio):
La mia vocazione, la mia educazione, l’infinita sollecitazione intellettuale e morale che papà in un modo e mamma in un altro hanno esercitato su di me, tutto, tutto, quello che ho mangiato, quello che ho visto nella nostra Spagna, tutto, sino agli antenati con la loro forza, hanno fatto di me un essere che non si adatta, che non si può adattare a ciò che deve essere in America… Temo davvero che sia così in tutto il mondo. La verità, tutta la verità è questa, e che ho creduto non dovessi dirvi, perché dirvelo è crudele e più drammatico che viverla ogni giorno. Per me non vi è posto da nessuna parte…
(Zambrano 2024: 67)
Tuttavia, nonostante la sensazione di essere apolide, pur non sentendosi parte di nessun luogo, sono i luoghi ad aderirle. In una versione romanzata della sua biografia, intitolata Non sono mai stata via. Vita in esilio di María Zambrano, la scrittrice Nadia Terranova, infatti, narra: «in quell’eterno luogo che è la memoria, la filosofa María Zambrano nasce e disnasce, scrive e riscrive, parte e riparte, attraversa la Spagna, l’Europa, l’America Latina e il mondo intero – ogni luogo le appartiene, e lei per sempre appartiene a ogni luogo» (Terranova 2020: 75).
Bibliografia e sitografia
Giosi Marco (2019), María Zambrano: scrittura di sé come confessione, tra esilio e storia, «Studi sulla formazione», XXII, 1, p. 54-75.
Moretti Manuela (2025), La filosofia della nascita in María Zambrano, Trento, Università degli Studi di Trento.
Sarmati Elisabetta (2022), «María Zambrano. I luoghi dell’esilio: la frontiera, il deserto e l’isola», In: Tatti S., Licameli C. (dir.), Scrittrici in esilio tra Ottocento e Novecento, Macerata, Quodlibet Studio, p. 161-171.
Terranova Nadia (2020), Non sono mai stata via. Vita in esilio di María Zambrano,Palermo, RueBallu.
Vantini Lucia (2012), «María Zambrano», in: Enciclopediadelledonne.it, consultato il 01/11/2025, url: <https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/maria-zambrano>
Zambrano María (2024), L’esilio come patria, 2. ed., trad. it. Savignano A., Brescia, Morcelliana. Zardini Elisa (2025), Il compito storico dell’esiliato. Per una storia della pietà in María Zambrano, «DEP, Rivista telematica di studi sulla memoria femminile», 55, p. 72-85.
Note
- Il termine esistenziale (existenciario) è stato utilizzato nell’opera di María Zambrano indicata in bibliografia per identificare quelle che, nel Manoscritto M. 157, la filosofa definisce prove della condizione umana. Il termine deriva dalla traduzione di J. Gaos della parola existenzial contenuta nell’opera Sein und Zeit di Martin Heidegger.
