Our Lady of the Roses
Meno male che non lavoro più qui, ripeto tra me e me mentre prendo le ordinazioni di tre guardiani notturni. La mia mano annota automaticamente sul blocchetto tre hamburger de Lux. Un gruppo di sbarbatelli fuori di testa si è stravaccato con un grosso stereo ai tavolini vicini, una massa di capelli rasata ai lati dondola in modo più provocatorio del solito. Anche il cuoco oggi mi odia più del solito, sicuramente confonderà le mie ordinazioni e così loro mi faranno fuori. Salvami, o Vergine Santissima, ripeto sottovoce.
In quel momento entra Klaudia. Un posto sotto la parete, un buon posto, con un poggiatesta nel caso di un colpo di sonno, rimasto libero come apposta per lei. Dispone sul sedile i sacchetti di plastica, mi scorge mentre io la sto già aspettando con in mano una tazza di caffè e un panino imburrato caldo. Il caffè tra un attimo straboccherà sul ripiano del tavolo per il latte andato fuori e le successive aggiunte potranno far credere che Klaudia sia una cliente come gli altri, un ospite tardivo del George’s Dinner, un’apparenza palese a tutti.
Mi chiedo dove abbia dormito, dato che non si è fatta vedere per tutta la scorsa settimana. Ha una paura folle delle stazioni della ferrovia sotterranea, dei vagoni vuoti, dei tunnel mal illuminati; con quella sua faccia pulita da Madonna senza età, potrebbe essere una vittima per altre vittime.
Per questo lei sopportava con paziente indulgenza le tirate di George in difesa delle proprie ragioni e del bene della ditta.
«Mamma» lui diceva, storcendo la bocca in un sorriso «tu per me sei proprio come una madre, ma gli affari sono affari. Qui la gente viene per mangiare, paga e se ne va. Questo non è un albergo. Se ti lascio restare, tra una settimana ne verranno altri dieci come te.»
«Mamma» le diceva perentorio, senza più sorridere «beviti il tuo caffè e vattene a casa. Non posso tenerti qui, gli affari sono affari.»
Klaudia lo guardava comprensiva, annuiva e restava lì dov’era. Disponeva sul tavolo dei santini, Cristo Dolente, San Giuseppe, Santa Teresina del Bambino Gesù, come se potessero difenderla da George, in giro da qualche parte nei recessi del locale, dall’altro cameriere, dal cassiere, che la seguiva con lo sguardo da dietro la piramide di cioccolatini, e dai ragazzi fracassoni. Sgranava il rosario finché il capo non le cadeva un po’ più in basso del dovuto e allora una certa mano la scuoteva con fermezza.
Da quando George era rientrato dalle ferie, avevo intuito che il suo scopo era diventato il ripulire il pub dagli elementi indesiderati. Da quando l’uomo più felice del mondo non si dondolava più sopra la piramide di lattine Budweiser che amava tirar su laboriosamente, Klaudia era la successiva da eliminare. La mente di George aveva elaborato una lista, in cui tutti i balordi notturni, i viandanti accecati dalle droghe, le puttanelle tredicenni erano considerati degni di oltrepassare le sue soglie, mentre Klaudia l’invasata era indegna.
Infine, le ha piazzato davanti un caffè in una tazza di plastica da asporto e, rinunciando ai discorsi, le ha messo un braccio intorno alle spalle e l’ha accompagnata alla porta. Quando è tornato, gli ho lanciato un’occhiataccia di profondo disprezzo, come ero già solita fare. Noi non parlavamo mai e quello sguardo era il mio unico messaggio, anche se ora non mi sentivo tanto a posto con Klaudia. Avrei dovuto trattenerla oppure uscire insieme con lei – ho pensato – anche se non la conoscevo bene ci univa l’insonnia notturna, entrambe aspettavamo qualcosa: lei che aprisse le porte la prima chiesa, io che venissero a darmi il cambio le ragazze impastate di sonno del turno di mattina.
E invece lei era tornata, diversa, visibilmente malata, le si era spostato il fazzoletto, svelando i capelli scompigliati e un grosso livido sulla guancia. Mi aveva chiamato e, quando mi ero avvicinata, rovistando in fondo alla borsa, aveva tirato fuori una piccola immagine. Una donna alla finestra di una cella di un convento sorrideva a un monaco inginocchiato, dalle cui labbra spuntavano rose rosse e bianche, posandosi sui suoi capelli, a formare una corona.
«Questo è San Domenico con la Madonna delle Rose» mi ha detto, fissando il santino «lei l’ha aiutato a convertire gli abitanti di Tolosa e adesso è apparsa qui in una cappella di Brooklyn» e tirando un sospiro «Quanto è bella!»
«Klaudia, sono contenta di rivederti» le ho detto. Lei ha annuito.
«E qui tutto bene?»
«Bene. George mi ha appena licenziato.»
Il sorriso le scompare dalla faccia. Mi lancia un’occhiata piena di orrore.
«Forse per colpa mia?» ha esclamato.
«Ma non pensarci nemmeno. Quando si vuole licenziare qualcuno, ogni pretesto è buono. È un posto schifoso, lo sai anche tu» la consolo «sono felice di potermi finalmente fare delle buone dormite»
George è emerso dagli anfratti degli scantinati ed è passato tra me e lei come se fossimo state due colonne d’aria che reggevano il soffitto. Klaudia mi ha guardato spaventata:
«Lui è qui?»
«Oggi non ti farà niente» ho detto «si è già saziato»
Attraverso il vetro appannato lo vedo salire su una limousine bianca e partire nella notte senza il minimo fruscio. Come se non aspettassero altro, quattro uomini ricoperti di tatuaggi in ogni punto visibile si alzano allora dal tavolo ed escono senza essere trattenuti dal cassiere nascosto dietro la piramide di cioccolatini.
Continuavo a non riuscire a concepire quel posto e il suo ordine rovesciato; c’era qualcosa di indescrivibile in esso, una qualche insonnia cronica. Gente che veniva a pranzare alle tre di notte come se fosse l’ora più consona, altri che leggendo si trattenevano ore sopra un piatto ormai freddo, seduti su uno scomodo sgabello da bar, come se fosse una sala di lettura. Qui ognuno di loro cercava di comportarsi con me in qualche modo e in qualche sua accezione specifica: amichevole, respingente, aggressivo, magnanimo o espressivo.
Dietro i vetri intensamente illuminati si erigeva una fluida parete opaca, tramite la quale ognuno veniva e poi tornava nella propria notte. Io non ce l’avrei mai fatta a uscire con altrettanta leggerezza, temevo che il tempo della notte avrebbe invertito l’ordine delle strade e che la rotonda illuminata di George’s Dinner avrebbe tracciato un mezzo giro per difendersi dal diverso che iniziava subito oltre le sue porte. Chi giungeva da fuori doveva sottostare alle regole di quel posto illuminato, ma i gesti istintivi ne svelavano la repressa rapacità.
Siamo uscite sulla strada rinfrescata dalla pioggia, io portavo i pacchetti di Klaudia, lei si sistemava il fazzoletto, su una panchina un mendicante si rimetteva a dormire dopo l’ennesimo risveglio. Più in alto, sulla freeway non c’era ancora nessuno, sopra le case dall’altra parte del viadotto stava sospesa la ruota di una giostra a seggiolini.
«È la fiera per la festa della Nostra Signora» mi ha detto Klaudia.
Camminiamo tra bancarelle vuote su cui tra qualche ora verranno vendute salsicce bollenti e spiedini, sul marciapiede giacciono bandierine calpestate e brandelli di palloncini, buste vuote di pannocchie arrosto e lattine spiaccicate. La chiesa si erge all’angolo, massiccia con i suoi mattoni rossi.
«È ancora chiusa» fa Klaudia «da ora aprono solo alle sette e mezza»
Ci sediamo su una panca di legno sotto la cappellina della Madonna di gesso che ci sorride. Sulle scale a pioli, nei cesti e vasi i fiori sono ancora intirizziti dal freddo della notte. Klaudia tira fuori il rosario, sotto la panca un gatto si è svegliato e si lava le zampe. Sento lo scatto della serratura e il rumore di una porta pesante appena aperta.
Il sole spunta fuori da dietro il campanile della chiesa, brilla sulle foglie del roseto, i fiori si piegano sotto i raggi e i petali si schiudono. I rami spinosi si arrampicano sulle ginocchia di Klaudia, raggiungono le mani giunte, le avvolgono il seno, si inerpicano fino al collo, le rose profumano.
Incomprensione
Un certo uomo raccontava alla sua donna la storia della schiavitù, elencando con fervore le centinaia di nefandezze commesse verso la sua razza dagli antenati di lei. La donna socchiudeva gli occhi e sentiva come se la sollevasse una forza invisibile. Desiderava che l’uomo la gettasse sul pavimento, la tirasse per i capelli incatenata e poi la frustasse, la frustasse fino all’estasi.
Tuttavia, non accadde mai niente del genere.
L’uomo le leggeva la biografia di Malcolm X e lei tremava di fronte alla forza che baluginava pigramente dentro di lui, segreta e crudele. Inaspettatamente per lei stessa, gli dette un leggero schiaffetto. Rannicchiatasi, aspettava una risposta, ma lui le rivolse un grande sorriso e la baciò, scompigliandole un po’ i capelli. Tutto ciò che sentì fu l’amaro sapore dell’incomprensione.
L’uomo che poco prima l’aveva inconsapevolmente delusa stava con lei da qualche tempo e la accompagnava ai vernissage e alle feste organizzate dagli amici della donna. Tuttavia, adesso stava considerando il fatto se frequentare ambienti newyorkesi snob, rigidamente chiusi ai suoi fratelli, potesse essere politicamente corretto. Era arrivato in città, desiderando di diventare un black radical e semmai avrebbe preferito rafforzare la sua coscienza rivoluzionaria. Gli piaceva portare la donna nel proprio modesto appartamento e al mattino stare a guardare come lei gli preparava la colazione.
Disponendo nel piatto il sedano tagliato a fette, l’insalata e le carote, lei aprì di nascosto il frigo: lui era vegetariano e lei non aveva il coraggio di mangiare carne davanti a lui. Nei momenti liberi lo ritraeva in varie pose: lui sedeva quasi invisibile davanti alla scura intelaiatura della finestra, tutt’uno con lo sfondo scuro. Lui osservava quelle foto con un piacere pudico che non sapeva nascondere. Continuava a sfuggirle e lei non riusciva ad afferrarlo. Le destava una paura primordiale, profondamente segreta, che lei cercava di disperdere. La pelle di lui la scottava: «È un brivido di desiderio» si ripeteva lei, gridando sotto il suo corpo e silenziando la paura primordiale che la attanagliava.
Cresciuto in una buona famiglia nera del Sud, tra i vari precetti ricordava che le donne vanno conquistate. I loro intimi desideri rimanevano invece per lui un mistero, un rivoluzionario non doveva occuparsene troppo. Cercava tuttavia di non passare definitivamente dall’altra parte, sapeva che tutto ciò che i bianchi pensano dei neri si basa su pregiudizi e temeva che nel momento in cui fosse diventato un rivoluzionario non sarebbe stato capace di convincerli a cambiare un’opinione comunque prestabilita. Avrebbe preferito servire da esempio ai suoi fratelli e con quella sua degna familiarità destarne il rispetto. Era sensibile, gentile e mite come un vitellino e, come poteva prevedere, era diventato fonte di passioni sotto cui si celava la paura.
La donna che lo fissava con velata delusione aveva l’età di sua madre, cosa cui lui cercava di non dare peso. «Tu non sei mia madre» le rispondeva più spazientito di quanto lo richiedesse la situazione, quando lei continuava a dirgli di prendere l’ombrello.
Adesso uscivano più spesso del solito, andando alle feste, a teatro e a vedere del cinema d’avanguardia; il fatto di uscire attenuava la necessità di parlare. A pranzo, bevendo un caffè e in taxi evitavano anche ogni questione di principio. Entrambi sentivano lievitare dentro di loro una domanda cui entrambi avevano paura di rispondere. Lui le leggeva i discorsi di Malcolm X nei lunghi pomeriggi di domenica, mentre lei gli giaceva con il capo sulla pancia, impedendogli leggermente di respirare. Ma era lei a sentirsi schiacciata, la persona cui mancava il respiro. Alla fine, gli chiese se non volesse liberarla. Per lui era pronta a lasciare un marito ricco e spesso assente e perfino ogni privilegio che ne derivava. L’uomo le rispose che non poteva farlo al posto suo e aggiunse anche che lei non avrebbe dovuto liberarsi per nessuno, se non per se stessa. Allora lei si infuriò sul serio.
All’improvviso si rese conto che se non avesse fatto niente in quel momento, lui l’avrebbe lasciata e che prima di incontrarne un altro sarebbe stato troppo tardi. Sentiva come se il soffio del tempo la trascinasse verso l’abisso. Doveva fare qualcosa al più presto e questo la esasperava. Se almeno lui avesse voluto diventare un pretesto per lei, invece le propinava dei luoghi comuni, ricette per una vita adulta che lei ascoltava improvvisamente tornata bambina, ribelle e silenziosa. Adesso era certa che lui l’avrebbe lasciata e vedeva prossimo quel momento. Perdeva piccoli oggetti e inciampava sugli scalini. Cercando gli occhiali si ruppe la testa contro lo spigolo del tavolo.
Quando a una festa lo vide parlare con un’altra donna sentì come se il pavimento le si aprisse sotto i piedi. Non fece neanche in tempo a scorgere il colore della pelle di quella seduttrice. Lo trascinò in un’altra stanza, colpendolo davvero con tutta la forza che poteva. Era minuta, ma atletica: ogni mattina in palestra correva sette miglia sul tapis roulant. Quando lui uscì svolazzando con le falde del cappotto sentì una disperazione mista a collera: «Che razza di mostro!» gemette, senza sapere se si riferisse a lui o a se stessa. Decise di inseguirlo di corsa, ma nelle tenebre riuscì a distinguere solo sagome di assassini notturni appostati in agguato dentro a portoni bui. Erano tutti neri, senza alcuna eccezione.
Lo agguantò solo vicino alla porta, stava tornando dal negozietto, in mano una borsa con dei panini, nell’altra un cartone di succo di frutta. Anche volendo, non si poteva difendere. «Stupido figlio di puttana!» gli disse più volte. Improvvisamente crollarono a terra dei vetri.
Lui la lasciò di nuovo, tra i vetri rotti, rovente, sconvolta, avvizzita. Camminava riflettendo sull’assurdo di una serata sprecata, su tutto ciò che avrebbe potuto fare da un anno a questa parte, se non avesse trascorso insieme a quella donna ogni domenica pomeriggio. Alla fine, realizzò che non poteva camminare per le vie fino al mattino, solo perché la donna lo aspettava ancora dentro al portone.
Fu salvato dal fatto di essere andato via in tempo. Sotto casa arrivò una macchina della polizia, chiamata dai vicini dell’uomo. Vedendo una bianca ben vestita nei pressi di un portone traballante, i poliziotti le fecero alcune domande di rito e se ne andarono senza il minimo fruscio. Se li avessero visti insieme, non avrebbero rinunciato così facilmente. Quando tornò, scorse in lontananza il lampeggiante della macchina della polizia e il sorriso di lei che chiedeva scusa.
Quando in seguito l’uomo narrava quel fatto, dichiarava di essere stato lui a spingere la donna contro il vetro, cosa che sembra inverosimile. Prendendo in considerazione i danni provocati, se fosse stata lei a cadere contro il vetro del portone, non sarebbe più stata in grado di parlare con la polizia. Nel caso di lui, la massa di un corpo colto alla sprovvista e che cadeva inerte sarebbe invece stata sufficiente non solo a frantumare il vetro, ma anche a divellere la porta con tutto il telaio.
La versione adottata dall’uomo era il risultato della scelta tra due immagini di sé, compiuta nel corso di un paio di notti seguenti. Una versione di se stesso: un ridicolo imbelle, quale si sentiva di essere o un negro brutale, quale sentiva di non poter mai essere.
Decise di rompere con la donna, convinto però che, qualsiasi cosa lui avesse fatto, Malcolm X e gli altri leader del movimento di liberazione lo avrebbero guardato con condiscendenza. La donna sperava di riuscire a trattenere il suo uomo e continuò a lungo e con pazienza a comporre quello stesso numero di telefono. Pativa, voleva scusarsi, spiegarsi. Non era lui a minacciarla, ma tutte le possibilità che le apriva davanti, tutto il caos di vita vera in cui ora era pronta a immergersi. Quando alla fine lei venne a sapere che era partito, si sentì brutalmente respinta. Decise di ritirarsi in una solitudine salvifica, ripensare tutta la propria vita, diventare buddista e fors’anche entrare in convento. Continuava tuttavia a non poterlo perdonare e ancor più non riusciva a perdonare se stessa, si torceva nella fiamma di un bruciatore di un qualche peccato originale, tradimento e mancanza di assoluzione. Infine, avvampò di quella fiamma, puro falò di rancore verso chi l’aveva abbandonata proprio quando era pronta a darsi veramente tutta. Smise di frequentare le feste, scomparve dalla vista di tutti i suoi conoscenti. Ogni tanto la si vede passare furtiva tra i lampioni, vestita di una tunica bianca con sul petto la croce gotica del Ku Klux Klan.
Un desiderio
Un unico luogo, un unico anno. Autunno. Sono appena rientrata in Polonia. Il ritorno non è qualcosa che si vive in un colpo solo, si torna ed è finita ed eccoci qui. No, si torna a strati, sempre più in profondità, fino al midollo, al dolore e allo sbigottimento. In un modo simile ci si lascia, strappando via, pezzo dopo pezzo, ciò che dentro di noi condividevamo, ciò che apparteneva a noi e ad altri, a noi e a un altro luogo. Potrebbe sembrare che basti la forza dello slancio, che basti anestetizzarsi bene, ma no, è una grande arte tutta questa abilità dello scollarsi e dell’aderire.
Queste partenze e ritorni sono come un ferro rovente che ti tocca.
Ogni cosa che ho portato via con me mi ricorda Park Slope. Non credevo che quell’unico sobborgo di Brooklyn mi sarebbe diventato tanto caro. È vero, non volevo andarmene. Pensavo che sarebbe stato difficile smuovermi da quel luogo. Pensavo che fosse pigrizia, solo la mia paura dell’ignoto. Non mi era mai passato per la testa che mi potesse essere semplicemente entrata nel cuore.
Provo nostalgia dell’ombra proiettata dai freschi porticati di pietra, di quel loro colore fulvo scuro. Si tratta in realtà di alcune strade, di alcuni incroci, niente di più. L’Undicesima strada, la Seventh Alley, me le ricordo tuttora molto nitidamente. Ci torno un pomeriggio di domenica, voglio guardare nelle finestre del mio appartamento. Le guardo. Ci abita già qualcun altro. Non riesco a crederci.
A tutto l’edificio hanno cambiato le finestre, l’ho notato per prima cosa, quel loro bianco smagliante sullo sfondo di un intonaco irregolare. Non era così vecchio come le case di qui, ma aveva un disperato bisogno di ristrutturazione, c’era sempre qualcosa che cadeva a pezzi, era estenuante, per quasi sette anni io non sono stata capace di traslocare, non volevo lasciarlo, era casa mia.
La fresca trasparenza della primavera e dell’autunno, il caldo torrido estivo, le tempeste di neve e i venti che si scatenano dall’oceano nelle strette condutture delle strade. Edifici alla cui altezza non faccio più caso. Ci siamo passate fluidamente attraverso la città e io, anche se dentro di lei io non ero davvero presente. L’unica cosa che scorgo è l’incrollabile, cristallino avvicendarsi delle stagioni. L’estate, quando da ogni finestra giunge il ronzio dei condizionatori, quando non è bene uscire a mezzogiorno, perché l’aria sembra scottarti la pelle come acqua bollente. L’inverno, quando per scaldarsi i senzatetto bruciano la spazzatura dentro ai bidoni mentre tutta la città pulsa delle feste, rilucendo come un grande albero di Natale nelle scintillanti vetrine natalizie. Il piacere tonificante di un lungo autunno del colore delle pannocchie, il luccichio primaverile di tiepidi bagliori risvegliatisi dopo l’inverno. La frutta esposta sui banchi nei negozi all’angolo, sempre la stessa tutto l’anno, uva nera, mango dorato. Andando al lavoro o in lavanderia, a fare la spesa, al cinema, a una serata da amici, mi muovo lungo percorsi già noti, guardo le mie vetrine preferite, i cornicioni scolpiti con le fanciulle o i satiri sopra i portoni, ammiro l’eccezionalità di quegli ornamenti, di quegli immobili visi di pietra. Mi sento bene, leggera, percorrendo quello stretto istmo fra l’estasi e la nostalgia. E questo è già tutto. Quel libro sulla mia infanzia mi ha portato oltre la dimensione della metropoli. Da allora non ci sono più tornata. Vivevo solo nella mia strada, la sua immagine si faceva più nitida quando la subway si avvicinava alla mia stazione o l’aereo che mi portava dalla Polonia rollava sulla pista dell’aeroporto. L’ho già detto, mi era entrata nel cuore. I lampioni antiquati, i muri rossastri delle case tagliati in forme irregolari, schermati da cespugli ornamentali che sembravano invece selvatici, i negozianti amichevoli, il portiere a cui piaceva alzare il gomito, il veterano del Vietnam che ad ogni festa esponeva alla finestra la bandiera nazionale. Il cagnolino chiassoso dei vicini che mi svegliava abbaiando stridulo come un giocattolo di gomma schiacciato. Vago per la mia strada, gettando occhiate alle vetrine dei negozi cui passavo accanto ogni giorno. Questo per me è finito, ma non smetterà mai di essere veramente mio.
Tutti i ninnoli, i calici di ottone, i reggilibri ornati da scritte ebraiche, il vasetto dorato, i fiori secchi, la lampada ornamentale antiquata mi rammentano la vita che ho lasciato. Penso che sarà sempre così. Penserò sempre alla vita che ho lasciato e il cuore mi si spezzerà dal dolore.
È in quel modo che un tempo sentivo nostalgia per la Polonia, specie nei sogni.
Sono stata creata per provare nostalgia, tacitandola con le chiacchierate con gli amici, con le risate e le attività.
Bisogna starmi molto vicino per sentire quel flusso di dolore che mi scorre sempre dentro attraverso uno stretto tunnel, perché si faccia insopportabile. Per tutti, tranne che per me.
Guardo con stupore gli altri che sanno prevedere la propria vita dal momento in cui si trovano fino alla fine. Benché anche per me sia ovvio che quando qualcuno ha dietro di sé circa metà della vita, dovrebbe essere in grado di prevederne il resto e pianificare seriamente qualcosa. E di curarsi del futuro. Dovrebbe saper già se finirà in un ospizio o in una casa in riva all’oceano. Io invece non so niente.
È possibile esistere in questo modo, malgrado tutto?
Osservo le persone alle fermate in attesa di pigri tram. Aspetto insieme a loro, e tuttavia non so perché continuino a vivere stanche, fradicie di pioggia, non lo capisco. Perché non si uccidano, non si sdraino sui binari, è possibile che non venga loro in mente che può morire solo ciò che un tempo ha vissuto.
È pericoloso assaporare almeno una volta la pienezza della vita, dato che poi non ne accetteremo un surrogato. Conoscere l’amore anche una sola volta crea dei problemi…
Finora ho vissuto solo allo scopo di scrivere.
Anche ora avrebbe dovuto essere così.
Dei miei vecchi propositi, che cosa ne è rimasto? Fino a ora ho avuto fortuna. Non possiedo nulla, ma ho avuto molta fortuna. Ho potuto trascorrere metà della mia vita leggendo dei bei libri. A volte anche scrivendoli. Strappando tempo alla vita, mercanteggiando sul tempo, ho vissuto così spensierata quasi come una principessa. Come non mi importassero né le questioni terrene né i soldi né le case né le bollette.
Si può vivere in questo modo, è solo questione di assuefazione.
Tanto ne rimarrà tutt’al più un pugno di cenere.
Ma credo anche che in una società davvero civilizzata dovrebbero esistere dei luoghi dove si possa star da soli, dove le persone stanche possano semplicemente morire, dei luoghi con una musica piacevole, lenzuola bianche e fragranze di buoni profumi, affinché tutto sia confortevole e rasserenante come una visita dall’estetista.
Per non recar dispiacere a nessuno, non esporre gli altri alla vista di un corpo abbandonato da qualche parte.
Dei posti dove si possa lasciare il proprio corpo nel caso non si abbia né voglia né forza di farlo strusciare contro la vita.
E posso intuire anche perché luoghi del genere non esistano.
Per esempio, potremmo morire solo nel nostro stabile luogo di residenza, sulla base del nostro numero all’anagrafe.
Sarebbe una triste sfilata burocratica che priverebbe la morte della dimensione privata, mentre la morte è qualcosa di intimo, come la nascita o il sesso.
E alla fine non resterebbe nulla di quel comfort, di quegli asciugamani caldi e di quella musica, di quel desiderio, di quella voce rasserenante, di quelle mani dell’estetista che odorano di erbe.
